Al di là del contenuto, la forma

«Se questo è un uomo» di Primo Levi

Settimana scorsa ho finito di leggere «Se questo è un uomo» di Primo Levi. Ho letto un capitolo a settimana per un paio di mesi. A voce alta. Lasciando poi il tempo alle immagini di sedimentare e a me di vederle un po’ meglio, di sentirle. Alla fine di qualche capitolo ho preso degli appunti. Le prime immagini che mi sono rimaste fissate per diversi giorni nella mente sono arrivate subito dopo il primo capitolo: recandomi al lavoro in treno, ogni volta che salivo in carrozza mi apparivano in automatico i corpi di uomini, donne, bambini e anziani la cui sorte a un certo punto, all’epoca, fu affidata al caso, alla fortuna: chi scendeva da una parte era “salvo”, chi dall’altra era “bruciato”. Subito dopo venivo aggredita dal desiderio di un bombardamento come segno di giustizia su questi treni/campi… immaginazioni, insomma. 

Ammetto tuttavia (so di essere impopolare) che in questo libro credevo di trovare una forma di retorica diversa. Pensavo non ci fosse un giudizio, forse anche perché così mi era stato detto; il testo non avrebbe dovuto contenere critiche morali, o etiche, mentre io ne ho trovate molte. Basti considerare che in buona parte del libro paragona gli esseri umani alle bestie, a causa del loro comportamento, sia in riferimento agli aguzzini sia ai prigionieri. Per non parlare dell’interessantissima appendice del 1976 a firma dello stesso Levi.
Certo, non c’è patetismo, ma il giudizio c’è, eccome. Quando parlo di patetismo e giudizio, non intendo sottolineare davvero il contenuto, ma il modo: in sintesi pensavo non contenesse “imbeccate” al lettore. Una delle mie teorie è che, io lettore, dovrei capire quello che esce dalla storia senza bisogno che lo scrittore me lo suggerisca. Qui non servirebbero per niente. Allora mi chiedo perché? Potrebbero essere davvero, viene detto spesso, delle pause concesse al lettore per riflettere? Servono? Più che delle imbeccate, potrebbero essere dei vuoti-pieni – cioè non banalizzanti – che permettono al lettore di fermarsi a ragionare su una data immagine o allo stesso scrittore di prendere fiato?
Per spiegare che cosa intendo con «imbeccate» posso fare un esempio tratto dal primo capito, quando si ferma a scrivere: «Come si può percuotere un uomo senza collera?» Oddio, intendiamoci: mi piace l’aggiunta della parola collera, che qui può riferirsi sia a chi picchia sia al pestato (e in questo secondo caso fa specie la scelta del vocabolo, perché se avesse scelto «indifeso», non si sarebbe più potuta adattare all’aguzzino), ad esempio, quindi non è banalizzato, però… a me non serviva, ero già stata abbastanza sensibilizzata dall’immagine.
Con il passare del tempo, con il procedere della lettura, mi sono però resa conto che forse il «trucco interessante», sta nella sostituzione dell’immagine con questi ammiccamenti. 
Eppure a un certo punto – proprio a causa di un appiattimento delle immagini – ho avuto come l’impressione di leggere qualcosa che conoscevo, qualcosa di così famigliare da essere follemente non impressionante. Non avevo mai letto prima questo libro, ma era ovviamente impossibile non sentirne parlare. E forse sta in questo motivo la mia incapacità di impressionarmi. 
Questo pensiero mi ha rimandata a Siddharta di Hermann Hesse che io lessi da trentenne o poco più su: mi parve una cosa così vecchia, scontata, sciocca, mistica da quattro soldi, che ancora oggi fatico a credere che sia stato tanto osannato. Allo stesso tempo riconosco che se l’avessi letto a 17 anni quanto stavo per cominciare a fare karate appassionandomi a tutte le correnti filosofiche orientali, di certo sarebbe stato diverso. 
Oggi, dopo aver visto tante immagini di guerra dei lager, e aver letto qua e là cose e sentito racconti… insomma, «Se questo è un uomo» non mi ha fatto l’effetto che credevo m’avrebbe fatto, anzi, a volte ho dovuto ricorrere a immagini che conosco per dare più corpo alle sue parole e alcuni passaggi mi hanno persino irritata… Non dico che sia un libro brutto, ci mancherebbe, ma che mi aspettavo di restarne sconvolta sin dalle prime righe. L’avessi letto alle medie immagino che il turbamento sarebbe stato devastante… E forse, rileggendolo oggi sarei riuscita a recuperare quelle vecchie sensazioni, cosa che non mi è stato possibile fare. Ma non credo sia assuefazione alle tragedie, semmai credo sia piuttosto una forma di aspettativa: se io so che la torta è gigantesca e tu mi mostri solo una fettina, io resto un po’ delusa. In pratica le immagini mi sono sembrate “deboli” rispetto a quelle che ci hanno mostrato in tutti questi anni (e ancora mi sconvolgono). Tranne però quelle delle ultime pagine.

L’intero capitolo (forse più di uno) dedicato al dopo «liberazione» è sconvolgente. Quando finalmente riconquistano «in un certo senso» la libertà, là, in quel momento, questo libro mi ha totalmente frastornata. Perché, per quanto sia terribile, il fatto che durante una guerra ci sia chi infierisce e chi subisce risponde a una forma di «logica» (e non ho detto che è giusto, ma che è «prevedibile», «risaputo»). Mentre là, dove i carcerieri non ci sono più e poco prima che i prigionieri tornino ad essere uomini, in quel momento lì a me pare di aver intravisto l’inferno vero, quello dei sopravvissuti che si scannano per sopravvivere; la scialuppa in mezzo all’oceano che fa diventare cannibali. Quest’immagine non me la leverà più nessuno dal cervello.

Dipinto di Gericault, La Zattera della Medusa

Vedi anche l’articolo «In immersione con Primo Levi»

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