L'assenza di ribellione

«Cella» di Gilda Policastro

L’assenza di ribellione. Cioè: se cella c’è, e se essa contiene una forma vivente, questo essere non appare in cattività, vale a dire non è per nulla un animale che cammina avanti e indietro per liberarsi, nervoso, pronto a graffiare, no, è un animale che ci sta bene là dentro, che sembra essere la casa che gli serve, che se gli crei un varco tra le sbarre, quello lo richiude a calci piuttosto che scappare. Ho finito di leggere «Cella» il romanzo di Gilda Policastro (Marsilio). E ci ho trovata una voce autentica.

LA TRAMA
La storia narra di una donna che pur essendo “vittima” di amore, del caso, della società, del Sud, degli uomini, della poca formazione, della sua stessa biografia, non fa nulla per cambiare, quasi a voler dire ma sì in fondo mi sta bene, anzi, me la sono scelta io questa vita… zero ribellione, molta sottomissione. Una condizione che contaminerà, come un morbo, le persone che più le stanno vicino. Parallelamente, si segue la storia dell’amante marito, il dottore, sadico, a cui piace il sesso duro (ma mica si tira indietro lei, anzi), maschilista, perverso e invischiato in faccende che restano però sempre sullo sfondo, all’esterno, fuori portata, nel mondo, dove c’è la politica, c’è la gente che parla, c’è la vita nel bene e nel male. Una vita altra che poco ha che fare con la narrazione intimistica della protagonista, ma che è fondamentale per far sentire forte, invalicabile e fisica quella distanza che c’è tra il mondo e lei, segregata.

OLTRELATRAMA
Sì, e fan tre, mi ha impressionata l’assenza totale di una qualsiasi forma di ribellione. Quella sensazione di rinuncia primordiale, di rassegnazione. Schiava di una generazione di mezzo. Una donna che non si dà una possibilità, che pare solo incolpare un destino che si è ritrovata a dover accettare non a causa di una reale minaccia, ma sotto la pressione della vita, dell’amore, nemmeno davvero della società. A questo proposito: ho iniziato a leggere «Cella» appena dopo aver finito «Anna Karenina», storia dove pure per motivi quasi analoghi la protagonista subisce la pressione della società (come a dire: non basta avere il coraggio delle proprie azioni, laddove poi il mondo ti giudica e ti esclude non permettendoti di vivere e trasformandosi nel vero colpevole), dicevo, mi viene da pensare che dopo centotrenta anni, come genere, nella nostra ricerca di libertà e di autoaffermazione mi pare che invece di diventare più “civili”, invece di migliorare, in certe situazioni se non siamo implosi verso una natura più animale, siamo rimasti identici. Sia come individui, sia come comunità giudicante ed escludente.

Lo stile della scrittura è asciutto e incisivo. Nessun fronzolo. Nessun tentativo manipolatorio (di quelli che intendo io). Nessuna posa. Nessuna furbizia sottotraccia.
Nello sviluppo fa lo stesso gioco della Durastanti in «La Straniera» (altro libro letto contemporaneamente). Ovvero, manda a volte avanti la storia, per poi fare dei ritorni a eventi del passato, e recuperare altri punti di vista, in momenti successivi. Un movimento che non confonde la linearità della narrazione, ma crea semmai una sorta di “falsa” complessità, che rende meno scontato lo scorrere del tempo e dunque più godibile la lettura. È persino riuscita a essere credibile nella descrizione del sesso duro, dribblando il rischio di cadere nel ridicolo grazie a degli accenni che non hanno dato spazio a minuziose descrizioni.
Ho parlato anche di voce autentica. Mi spiego: se non sapessi che non c’entra niente la sua biografia (famigliare), l’avrei presa per autobiografia. Mentre, paradossalmente, con «La straniera» della Durastanti mi è accaduto il contrario, se non fosse stato dichiaratamente autobiografico avrei pensato a tratti che c’erano esagerazioni narrative.
E questo significa che la Policastro è riuscita in un’immedesimazione pazzesca… anche se la storia fosse vera, ma non sua, cioè anche se avesse riportato la storia vera di una conoscente, la riuscita dell’operazione, l’intimità che caratterizzata la protagonista, a me è parso proprio un io narrante più che credibile, vero, reale. E a me, che certe storie fatico a digerirle, credere nella storia che leggo fa molto la differenza.

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