Pensieri più che corpi

«Due vite» di Emanuele Trevi

«Due vite» di Emanuele Trevi, che potevano essere anche tre, ha vinto il Premio Strega di quest’anno e, come pare essere la tendenza più letteraria di questi tempi, ha poco o nulla del romanzo romanzesco. Anzi, di questa, più che di altre opere mi viene da dire che sembra in tutto e per tutto un saggio narrativo: una bi-bio- autobiografia, e anche molto metaletteraria.

Non c’è trama. L’autore si fa narratore interno assumendo parte del ruolo di personaggio che interagisce con le «due vite» di altrettanti autori: Pia Pera e Rocco Carbone, dei quali non ho avuto piacere fino a oggi di leggere alcun libro. Ed è stato forse quest’ultimo fattore a determinare un mio minor coinvolgimento rispetto ad altre letture. Un contenuto che mi pare abbia invece molto convinto chi della Repubblica delle lettere ha probabilmente percorso pezzi di strada con loro, o che comunque ha avuto modo di incrociarli sulla via. Un lettore che non conosca almeno le opere di Pia e Rocco, e che manco si immagina come fossero fisicamente (per me Pia doveva essere piccolina e Rocco, un gigante) potrebbe rischiare di conservare poco o niente di questo testo a copertina chiusa; l’unica immagine che è rimasta a me, forse, è quella dell’incidente stradale di Rocco, e anche questa è frammentata.

Esistono storie raccontate cinematograficamente (come si dice), e di certo questa non è una di quelle. Me ne sono resa conto oggi, a distanza di qualche giorno dopo averne conclusa la lettura: non ho davvero memorizzato nessuna immagine. Qui l’autore ha dato per scontato la concretezza del mondo in cui sono vissute quelle vite, senza darne conto, per soffermarsi più che altro sui caratteri, sulle personalità dei suoi amici e lo ha fatto non riproducendo immagini ma parole e pensieri, i non agiti, i libri scritti, i temi letterari, i rimandi ad altre opere… e lo ha fatto davvero bene, non c’è nulla da ridire su stile e competenza linguistica – ci mancherebbe – ma a me lettrice è mancata proprio la materia, fatta di cose non astratte ma tangibili, cose da vedere, che potrei toccare, e di luoghi calpestabili; non per nulla forse il passaggio rimastomi maggiormente impresso sta nella digressione sul modo in cui Pia affrontava letterariamente il sesso, scegliendo di essere esplicita, prediligendo la pornografia all’erotismo, qui un paio di immagini si vedono, ma proprio solo un paio.

Per il resto è un libro impalpabile come lo sono ormai le due anime dei defunti, che nel mio immaginario sono rimasti immobili come i santini dei monumenti funebri. Un libro dei ricordi di Trevi che ha voluto ridare corpo ai suoi due amici ma in modo diverso: non davvero con le parole che li celebrano invece di mostrarmeli, ma con il libro di carta e inchiostro. Un libro che più che due autori (dei quali, per dire, non ho sentito crescere davvero interesse per le loro opere), presenta due persone, o meglio, due amici, e poi neanche tanto, diciamo che presenta il pensiero del narratore circa il modo di vivere intellettuale che in certi momenti hanno avuto due suoi colleghi di penna. Un omaggio che comprendo in modo distaccato, come si comprendono i ricordi di pensieri frammentari di chi ce li confida anche se noi non abbiamo avuto mai che fare con questi, come si ascolta il viaggio di uno sconosciuto che riporta le battute d’intesa tra lui e i suoi compagni di viaggio, davanti alle quali ci si sente semmai degli intrusi. Vien da dire: buon per voi, ma a me che cosa ne viene in tasca?

Non so agli altri, ma nelle mie di tasche qualcosina in verità è rimasto, e sono quei passaggi strettamente metaletterari, cioè quelle parti scritte che forniscono nozioni su mondi di scrittura. Ma questo temo sia accaduto solo perché, pur non appartenendo alla citata “Repubblica”, mi sono imbrattata con il calamaio già da molto, per cui è tema parte della mia passione. Quello che mi chiedo invece è quanto potrebbe restare, o coinvolgere, piacere o interessare questo libro a un lettore comune, che non abbia interesse per la personalità di autori che non conosce o per la scrittura in generale, nel caso – per capirci – che non sia a sua volta uno scrittore, o aspirante tale?


Emanuele Trevi (foto di Manuela Mazzi)

Dopo averne scritto, ho avuto modo di assistere a una sua presentazione dal vivo, a Bellinzona, nell’ambito del Festival Sconfinare, 2021. Ciò mi ha regalato un’aggiunta di comprensione che molto mi ha fatto rivalutare sia quest’opera sia quelle sue che non ho ancora mai letto (ho però appena ordinato un altro suo libro che mi incuriosisce molto, Sogni e favole). Durante l’incontro, Trevi ha dato un senso al tutto, spiegando qual è il suo punto di vista di narratore, qual è il vero tema delle sue opere, e quale la materia che lo interroga, o lo ha sempre interrogato pur avendo ormai trovato una risposta che è poi una non-risposta: l’unica possibile. (Per dire di tutto questo mi serve più tempo e spazio e se trovo entrambi lo farò di certo). Ed è così: ho apprezzato tantissimo questo incontro, ho imparato un paio di possibilità narrative, e sono dunque contenta se non di essermi ricreduta, cosa che non è avvenuta, di avere invece potuto ampliare la mia comprensione. Incontri simili, che aggiungono valore alle opere e non le presentano e basta, mi fanno rivalutare anche l’importanza dei festival della letteratura. Non è sempre tanto bello e utile. Ma questa volta lo è stato.

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