Chi scrive cosa di chi?

«Trilogia di New York» di Paul Auster

«Nelle storie che scriveva, a importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie».

A qualcuno potrebbe non essere piaciuto molto, e lo capisco. La “Trilogia di New York” di Paul Auster non punta di certo a emozionare e meno ancora la si può definire narrazione scorrevole, è anzi semmai un romanzo metaletterario (un po’ astruso). Cosa che di solito a me non piace moltissimo, perché è un genere basato spesso sull’autoreferenzialità e, be’, non è roba per me. Questo libro, tuttavia, in una parola, mi è parso “geniale” e aggiungo pure originale e persino coinvolgente.

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Basterebbe anche solo la seconda metà

«Ombre» di Ernst H. Gombrich

Il libro letto sulla tratta Locarno-Lugano questa mattina – godendomelo parecchio grazie a un prestito molto apprezzato – è il catalogo di una mostra dedicata alle ombre nell’arte, e “Ombre” è il titolo, mentre Ernst H. Gombrich, è l’autore.

La mia recente passione (od ossessione? Curiosa l’assonanza delle due parole) per le ombre, non mi permette di avere un’oggettiva visione d’insieme (ma tanto non sono mai oggettiva).
La prima parte era un po’ generica, non per questo inutile (una rinfrescata ci stava) però, con osservazioni circa le tre caratteristiche principali dell’ombra: quella sull’oggetto che rimane non rischiarato, quella portata che viene proiettata ad esempio su un muro, e quella congiunta, molto attaccata all’oggetto, utile a dargli una dimensione tridimensionale ad esempio (v. Trompe l’oeil).

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La caricatura dell’Italia di Nonna Elsa

«La Storia» di Elsa Morante

Ovvero la caricatura dell’Italia degli anni della seconda guerra mondiale e della vita in generale, narrate da “nonna Elsa”.

Un altro libro (forse il terzo o il quarto) che, pur essendo portato e citato per essere un grande romanzo, a me non è piaciuto. E come mia abitudine mi permetto di dirlo, consapevole di attirare lo sdegno di chi ne sa più di me: per cui mi scuso a priori.

Lo dico subito anche per togliermi il mattone dal cervello: dopo la prima pagina avevo già stabilito che era una scrittura di quelle che a me non solo dicono poco ma persino mi irritano. Tanto. Ché più “bugiarda” (perché ampollosa, forzata, caricaturale, eccetera) non poteva essere. Per me. Sia chiaro: per il mio gusto e la mia percezione personale.
Il resto della lettura (faticosissima) me lo sono concesso solo nel tentativo di trovare qualcosa che mi convincesse di sbagliarmi. Girata l’ultima pagina, confermo la prima impressione che mi è entrata fino al midollo.

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Un libro sulla colpa e sul limite

«Pastorale americana» di Philip Roth

Un paio di minuti dopo aver finito un libro, di regola, mi metto a scrivere la nota che si srotola senza quasi pensarci. Mi ritrovo così a digitarla su telefonino e pubblicarla su fb senza nemmeno rileggere. Ho finito il romanzo “Pastorale americana” di Philip Roth già ieri. Ci ho dormito su la notte. Ci ho ragionato questa mattina e sono ancora restia a dire quello che penso. A fermare quello che penso. E questo credo sia già un grande risultato. L’ho vissuto come un libro sul tema della colpa, direi quasi sull’origine della colpa, e del superamento dei limiti: in buona sostanza per me è un libro che esplora o rivisita il peccato originale. E sembra dire: nell’accogliere il cambiamento o l’abbattimento di un valore morale o etico o sociale dove si pone il nuovo limite?

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Un romanzo “fatto” di paesaggio

«Le otto montagne» di Paolo Cognetti

Mi è stato regalato da un’”amica del treno”, Sara, “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. (Che ringrazio!)

Vorrei parlare di storia, ma più che di una storia ho letto cose di vita di appena fuori porta. Ma anche di casa, via, che levato il confine o confino, alla vecchia maniera, dato dalla lingua dialettale, la terra calpestata dai personaggi di questo romanzo è la stessa mia, quella delle preAlpi che si fanno Alpi e montagne rocciose.

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