Enola Holmes e Lidia Poët, paladine della giustizia

I film «Enola Holmes I e II» e la serie «La legge secondo Lidia Poët»

«Perché in un film del genere, di stampo femminista, si rende necessaria la profusione di tette e natiche? Non lo domandiamo per senso del pudore, non fraintendeteci: non ci infastidisce il nudo in sé ma la strumentalizzazione dello stesso, il continuare a renderlo oggetto di attenzione morbosa (eccessiva in quanto non funzionale alla storia narrata)».

Ho guardato i film «Enola Holmes I e II» e la serie «La legge secondo Lidia Poët», li ho messi a confronto e ne ho scritto sia su «Azione» sia su Cinemany.

La versione integrale del testo su «Azione» – per chi desidera leggerlo ma non ha accesso al cartaceo – si trova online (non richiede iscrizioni perché è un settimanale d’approfondimento gratuito).

Per leggere invece l’approfondimento su Cinemany (di cui riportiamo qui di seguito le immagini delle pagine) occorre sottoscrivere un abbonamento alla rivista e chiedere come recuperare la copia mancante. (Ringrazio Nicola M.)

Evviva le donne… quando fanno le donne

Il successo delle donne. Sembra la stagione giusta. Una nuova epoca, questa occidentale. Quella dove le donne “si prendono lo spazio che si meritano”; soprattutto nelle arti, si fa largo la loro voce. Romanzi e antologie (persino una con un mio racconto), film, interviste a registe, posti di rilievo in campo editoriale, vetrine intellettuali in televisione, persino. La donna sa ragionare, sembra dicano, e pure inventare e immaginare. Finanche scrivere, anche sui giornali, lo fanno un po’ di più, forse.

Sì sì, so bene che lo hanno sempre fatto, ma è questione di proporzioni, sempre molte di meno rispetto agli uomini. Eccezioni. E dunque? Dunque siamo finalmente riconosciute. Dicono. È la nostra stagione. Siam mature.

Non è un discorso di parte. Non sono femminista (giova ripeterlo), ma umanista.

Si parla quindi di quantità. E certamente, fosse solo questo il metro di misura utile, certamente potremmo affermare che sia proprio un buon periodo.

Ma allora cos’è che non torna? Me lo sono chiesta parecchio negli ultimi tempi e alla fine l’ho capito. L’ho capito grazie a un collega che, tentando il riassunto della storia del giornalismo locale, ha dedicato una puntata a quello prodotto dalle donne (uscirà lunedì su “Azione” a firma del collega collaboratore). Al di là di quanto è finito nel pezzo, analizzando un poco la situazione degli ultimi tot anni si è reso conto che spesso la donna si è occupata di un certo tipo di argomento (tagliandola giù a fette grossolane e con l’accetta, per intenderci, più cura che economia). E in redazione ci siamo chieste: ma questo dato, risulta perché è ciò di cui volevano davvero parlare o perché quello è il settore in cui sono state “relegate”?

Ecco il punto. Da quel momento mi sono guardata in giro e ho fatto un po’ di recupero mentale. E ho ripensato a un paio di cose, tipo: le uniche due volte che degli “estranei” (non conoscenti) mi hanno chiesto dei racconti finiti poi in una rivista e in un’antologia, erano su temi esplicitamente “al femminile”; il giudizio del Calvino sul mio ultimo non ancora pubblicato, auspicava un’inversione “al femminile” [così viene conclusa quella che pareva una bella scheda: “Schiacciata da un mondo a misura d’uomo, Lara sembra portare con sé l’antica memoria della femminilità negata, e costruisce barriere e menzogne per isolare una realtà che deve restare oscura agli uomini, siano essi padri, amanti, fratelli, insegnanti. Ne può scaturire un racconto interessante che metta in discussione non soltanto la possibile normalità sessuale, ma un insieme di certezze e di valori quali la purezza dell’amore, l’efficacia della psicoanalisi, la validità della famiglia borghese, e si allontani dai toni scandalistici che ancora ne appesantiscono la scrittura. Ne è valido sostegno il bel personaggio di Magda, donna perfetta sul lavoro quanto debole e illusa in amore, persa dietro a un fotografo dai grandi discorsi e apparenti ideali per cui lei è solo “una trentacinquenne piena di energia erotica e persino infatuata: una scopata certa a costo zero” (p. 133), che nella idealizzazione si lascia calpestare e degradare senza mai perdere la purezza e la possibilità di riscatto” (ovviamente nulla di tutto ciò è contenuto nel mio romanzo che – come ben spiegato – questi temi non li tratta: infatti a me non interessano per niente!)]; e ricordo ancora quell’agente letteraria che anticipò i “gusti” di suo interesse: cerco solo testi di donne che scrivano di donne; e via elencando, la maggior parte dei film e dei testi che ho visto recensiti mettono in risalto quasi solo gli aspetti legati al “femminismo”.

Ora, grazie dell’attenzione, ma non sarà il nuovo ghetto dove metterci per farci stare buone e darci il contentino? Oppure davvero le uniche donne meritevoli sono quelle che parlano “solo” di donne? O di temi “femminili”? O sulla famiglia? Il bell’amore!, che i toni scandalistici, meglio lasciarli agli uomini, che non sta bene “parlar male” per una donna. Me lo dicevano spesso mia madre e mia nonna: sei una donna, comportati!

Insomma a me pare che la maggior parte degli articoli che mettono in evidenza il “successo” di una donna in ambito “culturale”, ma non solo, erano e sono legati a un tema femminista. O al femminile.

Io la butto là.

E vi prego: non inondatemi per piacere di esempi che smentiscono quanto scrivo. Lo so anche io che delle eccezioni esistono, ma così come per quello che riguarda il passato, non bastarono una Morante e una Ginzburg per fare primavera. O no?

Io, me scimmia

«La terra inesplorata delle donne» a cura di Sara Durantini

Fra una settimana, a Roma!

Un modo per salire si trova sempre, così si intitola il racconto a mia firma contenuto nell’antologia ideata e curata da Sara Durantini, che ringrazio per avermi invitata a far parte di questo progetto (da pagina 55 a pagina 60).

La terra inesplorata delle donne (Dalia edizioni, Terni) – in uscita l’8 marzo, giorno della presentazione a Roma (vedi sotto) – è di fatto una raccolta di più voci, ma categoricamente tutte di autori donne (sì a qualcuno piace dire autrici, ma io ogni tanto sono tra gli altri), tredici per essere precisi (e che porti bene per una volta).

Chi segue questo sito, o un poco mi conosce, sa bene che il tema «al femminile» non è qualcosa che mi corrisponda. Non amo certa retorica, non mi ci riconosco, non sono una femminista, sono un’umanista, come dico spesso. E come tale riconosco la realtà dei fatti, nel bene e nel male al di là dei generi. Non amo i vittimismi. Stimo la ribellione.

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Passione, follia, conversione, relazione, psicologia, investigazione… c’è tutto

«I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij

È il mio primo libro di oltre mille pagine. Il primo che leggo. È un romanzo pazzesco (nel senso stretto del termine, ché parecchi personaggi sembrano pazzi per davvero). Premetto che farò dello spoiler.

Scritto da Fëdor Dostoevskij, si intitola “I fratelli Karamazov”. È un classico, e non lo dico io. Una precisazione non così ingenua come potrebbe sembrare. Non dico io che è un classico, perché fino a un paio di anni fa “io” avevo un’idea di ciò che dovevano esser i classici totalmente distorta da ciò che sempre di più mi si svelano. Credevo che i classici fossero irraggiungibili e non (solo) per la quantità di pagine delle quali alcuni sono composti, ma per il contenuto, per la lingua, per il punto di vista, per tutto quello che volete: credevo non fossero alla mia portata, che non fossero alla portata di una non lettrice, che non fossero alla portata di una senza studi alle spalle. Cazzate. Lo ripeto: cazzate!
E un giorno vorrò fare un bel discorsetto a chi mette in giro queste stupidaggini solo per darsi un tono (immagino).

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