Un libro sulla solitudine

«Giuda» di Amos Oz

Dovrebbe essere un libro sul tradimento, dato il titolo: «Giuda». Parlo del romanzo di Amos Oz, uscito nel 2014 per Feltrinelli. Ma a me è parso piuttosto un libro sulla solitudine. Anzi, di più: sull’abbandono, e pure peggio: è un libro sull’esclusione. Dove tutti i personaggi sembrano dei superstiti, che sia un popolo intero, o un vecchio di cui non curarsi più. Che siano in fuga, o rinchiusi in quattro mura. Giuda compreso. È un libro che incuriosisce, fa riflettere, e produce piccole scosse di dissesto, lasciando al lettore il compito di ricomporre i pensieri alla fine e anche dopo, e chissà per quanto. Un romanzo, in somma, che fa il suo dovere e lo fa per la narrazione, per gli stimoli e anche per lo stile asciutto, che si fa leggere senza intoppi. Liscio ma non banale, tanto che mantiene una gran bella tensione narrativa per tutta la lettura.

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«Nantucket non è l’Illinois»

«Moby Dick» di Herman Melville

E io che pensavo che il protagonista fosse il Capitano Achab, mentre è Ismaele; che il capodoglio fosse l’antagonista di un eroe, e non il simbolo della vittoria della pace, della natura; che la storia trattasse di una caccia alla balena, mentre mi sono ritrovata tra le mani una parabola aggiuntiva alla Bibbia, o una libera interpretazione della storia di Ismaele, quello che si ritrovò in mezzo a un deserto, e di Giona, che rimase tre giorni e tre notti nel ventre di una balena; e che credevo fosse un romanzo, mentre è un trattato enciclopedico sulle balene; e che anzi, pensavo fosse una storia di avventura, mentre sono stata investita da qualcosa di molto letterario.

Ma certo, parlo di Moby Dick, che scoperta pazzesca. Ci sta dentro così tanta materia narrativa e allegorica che credo di non averci capito quasi niente, pur godendone. Andiamo però con ordine.

LA TRAMA
Il narratore e protagonista (sì, lo è!, frega niente se altri la pensano diversamente) è un marinaio mercantile che chiede al lettore di chiamarlo Ismaele. Il coprotagonista è Nantucket, l’isola da cui salperà con il suo nuovo amico cannibale. Ok scherzo, non è Nantucket che è però un nome che mi piace tantissimo. Il coprotagonista è il mare. Achab serve solo per creare problemi. Dicevo, Ismaele, pieno di entusiasmo, decide di imbarcarsi su una baleniera, quasi per curiosità mi vien da dire, che non per altro. Pare scorrergli la vita e il buonumore nelle vene a ‘sto giovanotto di buona volontà. Il resto si sa: partono, quel testone del capitano è in fissa con la Balena bianca alla quale ha pure dato un nome (Moby Dick) perché in un precedente incontro gli ha masticato per benino una gamba, lasciandolo monco, e, quando la trova, mette nei casini tutti lasciando capire diversi capitoli prima come andrà a finire.

OLTRELATRAMA
La prima parte è bellissima. Ma proprio tanto, così tanto che per la prima volta quasi mi viene da innamorarmi, tanto da farmi sentire in colpa con il mio preferito, che resta I Miserabili di Hugo.
Poi cambia. Non che diventi brutto, eh. Ma tutta quella magia, quella immaginazione scorrevole e avventurosa e ingenua, e piena di voglia di scoperta che ti spinge a sapere come continua, ecco, tutta quella roba lì, quando salgono sul Pequod svanisce quasi interamente.
Anzi, la delusione più grande l’ho avuta quando si è presentato il capitano Achab. Ma perché? Stava riuscendo così bene la mitizzazione di un uomo di cui tutti parlavano ma che non si vedeva mai. Mi aspettavo infatti che anche la scena madre, pur avendolo come protagonista interno, fosse non vissuta ma raccontata come una rievocazione, così come rievocati sono anche tanti altri eventi. No, dopo l’imbarco, non c’è più molta narrazione, ma capitoli di saggistica enciclopedica. E mi dispiace tantissimo. Sono interessanti e ben esposte queste “schede”, ma a me piaceva la storia, la scoperta, l’esplorazione, il confronto tra i due che anche se continua, no, non è più la stessa cosa.
Forse a causa della “fatica”. Dal momento in cui Ismaele e il suo amico cannibale salgono sulla baleniera, inizia la vera parabola e a quel punto il lettore – io – si sente come un estraneo, come un clandestino a bordo di una vicenda che si riveste di molti significati, purtroppo, non tutti accessibili. Da qui la fatica: è così evidente che ci sono più livelli di lettura che diventa faticoso concentrarsi su tutti e aver la pretesa di comprenderli. E di fatto credo di non averci capito molto, non nel dettaglio, ecco, pure avendo ben vissuto con l’equipaggio l’intera vicenda.

CITAZIONI
Mi è rimasto molto addosso il capitolo dedicato al colore bianco. Ma sarebbe troppo lungo da riportare.

Fantastica è poi la descrizione dell’isola
«XIV • NANTUCKET
Durante la traversata non successe più niente che vale la pena di menzionare; così dopo una bella corsa arrivammo senza incidenti a Nantucket.
Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Osservate come se ne sta in un vero e proprio angolino del mondo: lì, lontana dalla costa, più solitaria del faro di Eddystone. Guardatela: una pura e semplice collinuccia, una spalla di sabbia; tutta spiaggia, senza sfondo. C’è più sabbia lì di quanta ne potete usare in vent’anni per surrogato della carta assorbente. Qualche spiritoso vi dirà che le erbacce, laggiù, ve le debbono coltivare perché da sole non crescono; che importano cardi dal Canadà; che un tappo per fermare la perdita d’un barile d’olio debbono mandarlo a cercare oltremare; che a Nantucket portano in giro i pezzi di legno come a Roma le schegge autentiche della santa croce; che la gente pianta funghi velenosi davanti a casa per mettervisi all’ombra d’estate; che un filo d’erba fa un’oasi, tre fili a un giorno di marcia una prateria; che vi si calzano scarpe da sabbie mobili, un po’ come in Lapponia le scarpacce da neve; che vi si vive così chiusi, recinti, inserrati da ogni parte, avvolti e radicalmente isolati dall’oceano, che a volte perfino alle sedie e alle tavole si trovano attaccate piccole arselle, come ai dorsi delle testuggini marine. Ma queste esagerazioni provano soltanto che Nantucket non è l’Illinois.»

«Ogni cosa umana che si ritenga completa deve essere proprio per questo infallibilmente difettosa (…) Sono l’architetto non il costruttore».

Passione, follia, conversione, relazione, psicologia, investigazione… c’è tutto

«I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij

È il mio primo libro di oltre mille pagine. Il primo che leggo. È un romanzo pazzesco (nel senso stretto del termine, ché parecchi personaggi sembrano pazzi per davvero). Premetto che farò dello spoiler.

Scritto da Fëdor Dostoevskij, si intitola “I fratelli Karamazov”. È un classico, e non lo dico io. Una precisazione non così ingenua come potrebbe sembrare. Non dico io che è un classico, perché fino a un paio di anni fa “io” avevo un’idea di ciò che dovevano esser i classici totalmente distorta da ciò che sempre di più mi si svelano. Credevo che i classici fossero irraggiungibili e non (solo) per la quantità di pagine delle quali alcuni sono composti, ma per il contenuto, per la lingua, per il punto di vista, per tutto quello che volete: credevo non fossero alla mia portata, che non fossero alla portata di una non lettrice, che non fossero alla portata di una senza studi alle spalle. Cazzate. Lo ripeto: cazzate!
E un giorno vorrò fare un bel discorsetto a chi mette in giro queste stupidaggini solo per darsi un tono (immagino).

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Un Don Chisciotte con il teschio in mano…

«Don Ponzio Capodoglio» di Giorgio Pressburger

Ho letto «Don Ponzio Capodoglio» di Giorgio Pressburger (Marsilio, 2017) e dico subito che è un libro che si presta a più letture e stimola più riflessioni, un po’ come tutti i libri belli, insomma.

Non amo molto riassumere le trame, ma qui vale la pena farlo un pochino, ché c’ha il suo perché. Dunque: prendete un uomo segaligno con una fissazione (sì, tipo Don Chisciotte). Poi dategli come compagna una donna grossa grossa, di 150 chili per intenderci, con un’apertura mentale ben diversa della sua, non si sa se per saggezza o per pigrizia (sì, tipo Sancho Panza, ma più alta e con delle cosce così!). Quindi prendete una gatta che si fa i fatti propri sebbene venga considerata alla stregua di una delle amiche più care che si possano avere, soprattutto per lei (sì, tipo ronzinante ma molto più basso e bianco, forse come il ciuchino di Sancho). A questo punto inventate una buona motivazione per farli partire in un viaggio avventuroso (sì, come per salvare Dulcinea del Toboso, solo che in questo caso la ricerca è della propria identità). Spolverate il tutto con qualche botta e qualche legnata. Metteteci scene al limite del caricaturale e otterrete l’avventurosa storia di una specie di enorme balena con la quale godrete nello spendere qualche ora di buona compagnia letteraria.

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Intenso e un po’ mistico

«Nudi come siamo stati» di Ivano Porpora

“Tu sarai un artista, un grande artista. Ma ci sarà del dolore, attorno a te. Come una pietra, sarai… pesante, come una pietra, buona per accendere il fuoco, sarai un’arma buona nelle mani di qualcuno e un sasso per rompere nelle mani di altri. Il dolore che dispenserai non sarà a causa tua, ma sarà dovuto alla tua… natura di pietra.” (Pag. 255).

L’estratto appartiene al romanzo “Nudi come siamo stati” di Ivano Porpora (Marsilio, 2017). Il libro mette in risalto – con una scrittura rotonda e lo stile ricercato – in modo magistrale (pare esagerato, forse, ma è quel che è parso a me) le relazioni, di cui la maggioranza sono viziate, complesse, malate, dolorose, pericolose, ma anche tutte utili e fondamentali: tra discepolo e maestro, tra figli e padri, tra amanti, tra fratelli, tra amici, sociali, famigliari, tra gente di paese. Da una coppia si espandono gli interscambi verso il mondo e viceversa.

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