La forza del sistema di immagini

[Questo articolo era stato preparato l’anno scorso per il sito “I libri degli altri”, ma siccome hanno poi chiuso la sezione “Immersioni”, lo pubblico qui.]

L’INTRO

«Un sistema di immagini è una strategia di motivi, una categoria di immagini impresse nel film che si ripete visivamente e sonoramente dall’inizio alla fine, con persistenza e grande variazione, ma con altrettanta grande sottigliezza; è una forma di comunicazione subliminale che rafforza la profondità e la complessità dell’emozione estetica.»

Così scrive Robert McKee nel volume «Story» (Omero editore, Roma, 2010), bibbia degli sceneggiatori, e utilissimo anche per i romanzieri o scrittori di racconti. Ed è proprio il sistema di immagini che, secondo me, funziona molto bene e salta all’occhio di qualsiasi lettore del romanzo «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury (Mondadori, per la collana Oscar Moderni, Milano, 2016 – ndr: si cita non la prima edizione, ma la versione dalla quale vengono tratte le seguenti citazioni; ne riportiamo solo alcune prese dalle prime 30 pagine).

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«Oggi sei salvo»

La rivista letteraria Argo – che ringrazio – ha pubblicato pubblicato un mio inedito, scrivendo quanto segue:

«Luca Bontempi illustra il racconto di Manuela Mazzi | Mixis #9»
Luca Bontempi

Fra scelte, solitudine e cantine buie. Nono appuntamento con Mixis.

È in un vorticare frenetico e martellante, che l’elencazione paratattica di Manuela Mazzi, propedeutica a soluzioni terapeutiche, incontra l’illustrazione sintetica di Luca Bontempi. Un ronzio interno che esplode nello spazio privato dei propri pensieri, un verbo esausto che inventa punizioni e disperazioni.

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Basterebbe anche solo la seconda metà

«Ombre» di Ernst H. Gombrich

Il libro letto sulla tratta Locarno-Lugano questa mattina – godendomelo parecchio grazie a un prestito molto apprezzato – è il catalogo di una mostra dedicata alle ombre nell’arte, e “Ombre” è il titolo, mentre Ernst H. Gombrich, è l’autore.

La mia recente passione (od ossessione? Curiosa l’assonanza delle due parole) per le ombre, non mi permette di avere un’oggettiva visione d’insieme (ma tanto non sono mai oggettiva).
La prima parte era un po’ generica, non per questo inutile (una rinfrescata ci stava) però, con osservazioni circa le tre caratteristiche principali dell’ombra: quella sull’oggetto che rimane non rischiarato, quella portata che viene proiettata ad esempio su un muro, e quella congiunta, molto attaccata all’oggetto, utile a dargli una dimensione tridimensionale ad esempio (v. Trompe l’oeil).

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Emozionare o manipolare?

Ho avuto un pensiero che riguarda il manoscritto finito di revisionare da poco (v. Inediti – L’ombra del tarando): saprei – credo – come dargli una sferzata in più per suscitare un po’ di quel pathos di cui l’ho privato apposta. E potrei farlo senza attingere a quel tipo di retorica che amo poco. Il tutto per scendere a patti con la necessità di suscitare maggior partecipazione del lettore durante la lettura. Anche se una delle ragioni che mi hanno spinta a scriverlo in quel modo lì era quella di “invitare” tacitamente il lettore ad attivare un’immedesimazione meno imboccata, come dire, ad accendere le antenne.

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«L’arte è una malattia. L’amore, un’illusione»

«Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde

Che gran bel libro: geniale, audace (se penso poi che fu scritto nel 1890), sì, e sfacciatamente bello!

LA TRAMA
La conosceranno tutti, ad ogni modo: ci sta questo artista, un pittore, che è innamorato della bellezza di Dorian che si fa ritrarre. A quest’ultimo viene dato in dono l’opera che però gli fa crescere l’invidia per sé stesso, perché lei, l’opera, non invecchierà, mentre lui, sempre più narcisista, sì. Il giovane – corrotto soprattutto dalle parole di Henry – fa una specie di patto col diavolo come dice una “donnaccia” verso la fine della storia: Dorian manterrà la sua giovinezza mentre il quadro invecchierà e si imbruttirà. Affronterà ogni emozione con sempre maggior cinismo in nome di una bellezza che più che arte è per l’appunto una malattia, una macchia che lo inghiottirà poco a poco. Sfiora l’amore che non riesce tuttavia a salvarlo, anzi. Supererà in breve il suicidio della sua amata (da lui stesso cagionato), e farà un sacco di male un po’ a tutti nell’arco di un ventennio. Di fatto quel che accade è che tutto ciò che lui “tocca” viene rovinato. Non spoilero il resto, che come me magari ci sono altri che non lo hanno ancora letto. Restando in tema di arte, in pratica: Basil è l’artista, Dorian, l’opera, ed Henry, il mercificatore dei due, il diavolo stesso.

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