«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona»

«Il Ciclope» di Paolo Rumiz

«Il viaggio come fuga da sé stessi non funziona. E nemmeno si viaggia per conoscere il mondo. Viaggiamo per conoscere noi stessi.»

Lo ha detto Paolo Rumiz, con grande semplicità, ma altrettanto tono serio da togliere all’intera affermazione qualsiasi sospetto di ovvietà. (Ma ovvio per chi? Forse per me che del viaggio penso la stessa cosa). Perché è netta la verità data dall’esperienza e non da una teoria astratta (e io mi sorprendo sempre tantissimo quando qualcuno riesce a dire una cosa che mi sembra scontata dandogli il giusto valore, perché invece di infiocchettarla la dice come un fatto evidente).

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L’eccesso descrittivo

«Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

La prima descrizione dell’olimpo palermitano risuona come quella del portale della chiesa di Umberto Eco ne “Il nome della rosa”. È il primo pensiero che ho fatto dopo poche pagine de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, finito di leggere ieri. Un’impressione che ha trovato poi riscontri in tutto il romanzo, trasformandosi da esercizio positivo in un accumulo di parole noiose e dispersive.

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«L’arte è una malattia. L’amore, un’illusione»

«Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde

Che gran bel libro: geniale, audace (se penso poi che fu scritto nel 1890), sì, e sfacciatamente bello!

LA TRAMA
La conosceranno tutti, ad ogni modo: ci sta questo artista, un pittore, che è innamorato della bellezza di Dorian che si fa ritrarre. A quest’ultimo viene dato in dono l’opera che però gli fa crescere l’invidia per sé stesso, perché lei, l’opera, non invecchierà, mentre lui, sempre più narcisista, sì. Il giovane – corrotto soprattutto dalle parole di Henry – fa una specie di patto col diavolo come dice una “donnaccia” verso la fine della storia: Dorian manterrà la sua giovinezza mentre il quadro invecchierà e si imbruttirà. Affronterà ogni emozione con sempre maggior cinismo in nome di una bellezza che più che arte è per l’appunto una malattia, una macchia che lo inghiottirà poco a poco. Sfiora l’amore che non riesce tuttavia a salvarlo, anzi. Supererà in breve il suicidio della sua amata (da lui stesso cagionato), e farà un sacco di male un po’ a tutti nell’arco di un ventennio. Di fatto quel che accade è che tutto ciò che lui “tocca” viene rovinato. Non spoilero il resto, che come me magari ci sono altri che non lo hanno ancora letto. Restando in tema di arte, in pratica: Basil è l’artista, Dorian, l’opera, ed Henry, il mercificatore dei due, il diavolo stesso.

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Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica…

«Le assaggiatrici» di Rosella Postorino

Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica, sentimentale, erotica, cercata e a volte agita, ma sempre in costante lotta contro una resistenza morale, neanche troppo sotterranea, fatta di senso del dovere, di ricerca del giusto, del lecito, dell’accettazione dell’abominio in nome di cause superiori, di ruoli definiti dal potere, dallo stato sociale, dal desiderio carnale, dalla paura, eccetera eccetera. Un inno alla ribellione, in somma, tra desiderio e rassegnazione, come viene descritto il pianto del bambino Thomas nel viaggio della fuga verso Berlino, sul treno alla fine della seconda parte.

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Finire sotto Sherlo-shock

«I delitti della Rue Morgue» racconto di Edgar Allan Poe

Ho letto il racconto “I delitti della Rue Morgue” (noto anche con i titoli Duplice delitto nella Rue Morgue e Gli assassinii della Rue Morgue) di Edgar Allan Poe dove appare per la prima volta il cavaliere Auguste Dupin.

CONTENUTO
È un giallo della più antica tradizione, anzi è praticamente – pare – il capostipite di tutti i gialli investigativi, tanto da proporre addirittura il famosissimo e – negli anni – tartassatissimo caso dell’omicidio nella camera chiusa. A narrare la vicenda è un amico coinquilino del nostro acutissimo Auguste Dupin, grande conoscitore e indagatore dell’animo umano, o meglio del pensiero umano, una sorta di Sherlock mentalista, via, che ciononostante nel racconto si confronterà con prove reali e tangibili. Non vi svelo l’assassino di madre e figlia trovate con il corpo esanime in uno stato tremendo, anche se la maggior parte di voi già lo saprà, dico solo che mi ha tanto ricordato una canzone di Fabrizio de Andrè.

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