«L’arte è una malattia. L’amore, un’illusione»

«Il ritratto di Dorian Gray» di Oscar Wilde

Che gran bel libro: geniale, audace (se penso poi che fu scritto nel 1890), sì, e sfacciatamente bello!

LA TRAMA
La conosceranno tutti, ad ogni modo: ci sta questo artista, un pittore, che è innamorato della bellezza di Dorian che si fa ritrarre. A quest’ultimo viene dato in dono l’opera che però gli fa crescere l’invidia per sé stesso, perché lei, l’opera, non invecchierà, mentre lui, sempre più narcisista, sì. Il giovane – corrotto soprattutto dalle parole di Henry – fa una specie di patto col diavolo come dice una “donnaccia” verso la fine della storia: Dorian manterrà la sua giovinezza mentre il quadro invecchierà e si imbruttirà. Affronterà ogni emozione con sempre maggior cinismo in nome di una bellezza che più che arte è per l’appunto una malattia, una macchia che lo inghiottirà poco a poco. Sfiora l’amore che non riesce tuttavia a salvarlo, anzi. Supererà in breve il suicidio della sua amata (da lui stesso cagionato), e farà un sacco di male un po’ a tutti nell’arco di un ventennio. Di fatto quel che accade è che tutto ciò che lui “tocca” viene rovinato. Non spoilero il resto, che come me magari ci sono altri che non lo hanno ancora letto. Restando in tema di arte, in pratica: Basil è l’artista, Dorian, l’opera, ed Henry, il mercificatore dei due, il diavolo stesso.

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La passione di Gesù

«Lo Straniero» di Albert Camus

Adesso dico una delle mie bestialità: può essere che io ci abbia visto la passione di Gesù, nel libro di Albert Camus intitolato «Lo Straniero» (1942)?
Ci sto ragionando. Intanto posso dire che ricorderò questo libro come il libro della «passione», sì, ma anche del caso e delle coincidenze. Non a caso!
Anzitutto il caso vuole che mentre lo sfogliavo mi è stato chiesto di leggere un racconto di Carver, «Lo scompartimento», che molto ha che fare (secondo me). In secondo luogo si è rivelato essere per caso il libro che rileggerò quando mi chinerò (finalmente, ma chissà quando) sul progetto che mi ronza in testa dalla primavera del 2016 (è perfetto il modo, l’ambientazione ma soprattutto la resa della scissione tra l’agire “passivo” del protagonista e l’aspettativa dettata dalle solite convenzioni sociale, se così si può dire) e, infine, perché ci ritrovo per caso una certa mia indolenza verso certi fatti della vita, che nell’ordinarietà del comune vissuto viene poco compresa. 
Quindi sarò giocoforza “di parte” per gratitudine. Battuta a parte, non credo di sbagliarmi nel definirlo un bel libro.

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Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica…

«Le assaggiatrici» di Rosella Postorino

Un inno alla ribellione personale, sociale, idealistica, sentimentale, erotica, cercata e a volte agita, ma sempre in costante lotta contro una resistenza morale, neanche troppo sotterranea, fatta di senso del dovere, di ricerca del giusto, del lecito, dell’accettazione dell’abominio in nome di cause superiori, di ruoli definiti dal potere, dallo stato sociale, dal desiderio carnale, dalla paura, eccetera eccetera. Un inno alla ribellione, in somma, tra desiderio e rassegnazione, come viene descritto il pianto del bambino Thomas nel viaggio della fuga verso Berlino, sul treno alla fine della seconda parte.

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La caricatura dell’Italia di Nonna Elsa

«La Storia» di Elsa Morante

Ovvero la caricatura dell’Italia degli anni della seconda guerra mondiale e della vita in generale, narrate da “nonna Elsa”.

Un altro libro (forse il terzo o il quarto) che, pur essendo portato e citato per essere un grande romanzo, a me non è piaciuto. E come mia abitudine mi permetto di dirlo, consapevole di attirare lo sdegno di chi ne sa più di me: per cui mi scuso a priori.

Lo dico subito anche per togliermi il mattone dal cervello: dopo la prima pagina avevo già stabilito che era una scrittura di quelle che a me non solo dicono poco ma persino mi irritano. Tanto. Ché più “bugiarda” (perché ampollosa, forzata, caricaturale, eccetera) non poteva essere. Per me. Sia chiaro: per il mio gusto e la mia percezione personale.
Il resto della lettura (faticosissima) me lo sono concesso solo nel tentativo di trovare qualcosa che mi convincesse di sbagliarmi. Girata l’ultima pagina, confermo la prima impressione che mi è entrata fino al midollo.

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La parabola della nascita di una comunità

«Cattedrale» di Raymond Carver (il singolo racconto)

La cripta romanica della chiesa San Vittore di Muralto.

È capitato che con un’amica – aggiungo di penna, ma non solo – abbiamo letto ad alta voce un racconto. E lo rifaremo con altri. È una sua idea. Una bella idea. Un’idea utile. Un modo diverso e molto concreto di ragionare sulla scrittura. Mi ha proposto un racconto di Raymond Carver che si intitola «Cattedrale». Lo so, è tra i più conosciuti. Lo avevo già sentito citare a più riprese, persino io, eppure non l’avevo ancora mai letto. 😊 E con il senno di poi, credo sia il racconto perfetto per avviare un’esperienza come questa: questione di incontri e condivisioni.

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