Geniale tanto quanto demenziale

«Il futuro è un morbo oscuro, Dottor Zurich!» di Lise-Talami

…o demenziale tanto quanto geniale.

Non so decidermi. Ho finito ora di leggere il libro-fumetto, o meglio il romanzo/fumetto di Lise-Talami (cioè Alessandro Lise e Alberto Talami) pubblicato da Becco Giallo, che si intitola: “Il futuro è un morbo oscuro, Dottor Zurich!”

Non ho mai letto un fumetto intero che non avesse come protagonista Corto Maltese di Hugo Pratt, e ammetto di essermi trovata all’inizio un po’ disorientata sia dal tipo di disegno ma soprattutto dalla storia per non parlare della costruzione o della forma, adesso non saprei ben dire.

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Urca! Che “genio”! Che voce!

«La bella di Lodi» di Alberto Arbasino

Che narratore! Bello bello bello! Che quasi mi sento un poco innamorata, poco, eh, ma che bella lettura.

Parlo de “La bella di Lodi” di Alberto Arbasino, un libro prestatomi da un’amica che ringrazio tanto tanto. Ma proprio tanto.

L’ho letto pure in fretta. È così colloquiale e di casa, e senza pretese ma tanto raffinato nonostante la grettezza di personaggi, storia, espressioni, ambiente. È tutto così famigliare e riconoscibile e materialmente umana questa vicenda che solo una voce come quella usata poteva rendere così bene. 

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Una valanga di parole

«La morte a Venezia» di Thomas Mann

“Quell’impronta di gioia che è a sua volta fonte di gioia per coloro che amano le opere d’arte più di qualsiasi contenuto interiore e più di ogni pregio per eminente che sia”

Mi è rimasta addosso una valanga di parole. Ho letto il lungo racconto “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Non sono certa di aver capito tutto, la storia sì, ma tutte quelle parole che ha usato per descriverla, non so. Se non che me l’hanno ovattata invece di rendermela vivida. Ho come la percezione di aver guardato accadere cose attraverso una fitta nebbia. Come se tutte quelle parole avessero avuto lo scopo di offuscare invece che chiarire.

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Un mondo di sciacalli, e una protagonista indigesta

«Madame Bovary» di Gustave Flaubert

L’ho finito. Ho finito di leggere la storia di «Madame Bovary» di Gustave Flaubert. Uno strazio. 
Vediamo se riesco a non farmi linciare, pur senza tradire il mio pensiero. Dunque, prima la carota: sono al corrente dell’importanza storica che questo libro ha avuto nella letteratura e in particolare quella ottocentesca. Ovvero sono al corrente del fatto che negli anni Cinquanta del Milleottocento, Flaubert ha osato descrivere il malcostume di una donna traditrice, o adultera per restare nell’epoca, dissacrando l’immaginario collettivo di un certo romanticismo, e sono ben chiare anche le “provocazioni” verso la chiesa, per non parlare del realismo che trova la sua massima espressione nella descrizione precisa della vita provinciale. Ha osato così tanto, ne sono al corrente, d’aver subito un processo per oltraggio alla morale e alla religione (durante il quale a onor di cronaca fu assolto). È stato persino coniato un neologismo: il bovarismo, per indicare la fuga dalla realtà, e il perdersi nei sogni per combattere la monotonia, o qualcosa di simile. Bene. Sono al corrente. Anche del fatto che la storia si basa su un fatto realmente accaduto. E che, sì, certo che è ben scritto, altrimenti come sarebbe riuscito a rendermi tutto così insopportabile? Anzi, dico di più: lo ammiro per aver osato tanto, per aver creato una protagonista tanto antipatica… ci vuol coraggio da vendere, davvero. Ma, ecco, se volete punirmi, dopo avermi fatto rileggere La Storia della Morante, costringetemi a rileggere la Bovary. Ché io davvero ne faccio decisamente a meno di storie così irritanti e, come si usa scrivere oggi, così «unsentimental».

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Messico, 1984

Un mio mini racconto inedito su un giorno particolare trascorso da me in Messico, nel 1984, e scritto appositamente per Ubiquistan, è stato pubblicato all’interno dell’Atlante autobiografico universale. E io ne sono molto felice, per cui ringrazio l’ideatore e curatore: Dario Honnorat.

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