«Avrei potuto sorprendevi con una storia, e invece ho scelto gli effetti speciali»

«Il Maestro e Margherita» di Michail Bulgakov

«Avrei potuto sorprendevi con una storia, e invece ho scelto gli effetti speciali» (non è una citazione).

Ho appena girato l’ultima pagina de “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov e non so bene che cosa dire, o forse sì, lo so, ma non oso. Diciamo che forse un giorno lo rileggerò e mi piacerà. Forse.
Non che non sia scritto bene, eh. Ci mancherebbe che mi permettessi di fare affermazioni di questo genere su un classico tanto decantato. E anche l’immaginario è bello ricco. Sì: decisamente ricco, sin troppo magari. Ricchissimo di immagini e di personaggi, almeno in termini numerici (cambiano i nomi, ma a me sembrano tutti uguali, amici del Diavolo a parte; che poi nel mio, di immaginario, non sono nemmeno “amici” – cioè extrapersonaggi -, ma sono il Diavolo stesso che si moltiplica e si incarna, quindi un’unica trinità 😉 ).

Ma veniamo alla storia.

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Quanto paesaggio…

«Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati

Se nelle mille pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij ho trovato molti personaggi così ben caratterizzati da mettere in ombra persino quel paio di luoghi descritti, ne «Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati, ricordo praticamente un solo personaggio e la sua vita perfettamente rappresentata nell’apatico paesaggio raccontato in tutti i modi possibili, nonostante la sua apparente (ma neanche tanto apparente) immobilità. Quello che mi ha colpito, in fondo, è il gioco frustrante messo in atto: laddove le relazioni “dovrebbero” modificare una situazione, qui, ogni relazione – e iniziano tutte con un buon proposito – alla fine rimette sempre il pallone al centro; non si arriva mai nemmeno davanti alla porta, figuriamoci fare gol; la situazione non viene mai modificata, o quasi mai…

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Passione, follia, conversione, relazione, psicologia, investigazione… c’è tutto

«I fratelli Karamazov» di Fëdor Dostoevskij

È il mio primo libro di oltre mille pagine. Il primo che leggo. È un romanzo pazzesco (nel senso stretto del termine, ché parecchi personaggi sembrano pazzi per davvero). Premetto che farò dello spoiler.

Scritto da Fëdor Dostoevskij, si intitola “I fratelli Karamazov”. È un classico, e non lo dico io. Una precisazione non così ingenua come potrebbe sembrare. Non dico io che è un classico, perché fino a un paio di anni fa “io” avevo un’idea di ciò che dovevano esser i classici totalmente distorta da ciò che sempre di più mi si svelano. Credevo che i classici fossero irraggiungibili e non (solo) per la quantità di pagine delle quali alcuni sono composti, ma per il contenuto, per la lingua, per il punto di vista, per tutto quello che volete: credevo non fossero alla mia portata, che non fossero alla portata di una non lettrice, che non fossero alla portata di una senza studi alle spalle. Cazzate. Lo ripeto: cazzate!
E un giorno vorrò fare un bel discorsetto a chi mette in giro queste stupidaggini solo per darsi un tono (immagino).

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Grande autoanalisi, sull’amore poi… da restarne turbati

«Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij

Ho letto le Memorie dal sottosuolo, romanzo del 1864 di Fëdor Dostoevskij. E ora mi prendo due minuti per scrivere meglio quello che ne penso. L’ho letto a metà del libro dei Fratelli Karamazov, quasi fosse un intermezzo. Forse anche per questo ci ho visto a tratti lo Starec, dei tempi della sua giovinezza prima della conversione. Ma ciò non mi ha comunque distolta dalla voce del narratore, quell’io che si è messo in gioco.

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Che immaginario potente!

«La metà di bosco» di Laura Pugno

Ho letto l’ultimo romanzo di Laura Pugno, “La metà di bosco” (Marsilio editore). E dunque? Dunque sto cercando di trattenere l’entusiasmo perché non sta bene fare le esaltate (e a me non piace farlo per niente): eppure è un romanzo davvero incredibile. Il più bello tra i suoi, per me. Trovai “Sirene” estremamente carnale, esplicito, violento (pur sempre contraddistinto da un immaginario potente e da una scrittura incisiva), direi anche rabbioso, un grido giovane contro il mondo. “La ragazza selvaggia”, al contrario, la trovai più introspettiva, in un certo senso mi parve di percepire la voce di una donna combattuta. Quest’ultimo invece è etereo, quasi impalpabile ma anche molto visibile. Una donna matura che fa i conti con sé stessa con le proprie immaginazioni. Il più bello: mi ha ricordato molto il suo incantevole libro di poesie “Bianco” che non tanto la sua narrativa. Sì, mi è entrato sottopelle: la violenza qui è controllata, è famigliare, non turba davvero, piuttosto insegna, fornisce materia prima da masticare come foglie di coca per combattere non la fatica ma il dolore che si trasforma finalmente in speranza. Ma non fidatevi di me. Leggetelo voi.

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