Che immaginario potente!

«La metà di bosco» di Laura Pugno

Ho letto l’ultimo romanzo di Laura Pugno, “La metà di bosco” (Marsilio editore). E dunque? Dunque sto cercando di trattenere l’entusiasmo perché non sta bene fare le esaltate (e a me non piace farlo per niente): eppure è un romanzo davvero incredibile. Il più bello tra i suoi, per me. Trovai “Sirene” estremamente carnale, esplicito, violento (pur sempre contraddistinto da un immaginario potente e da una scrittura incisiva), direi anche rabbioso, un grido giovane contro il mondo. “La ragazza selvaggia”, al contrario, la trovai più introspettiva, in un certo senso mi parve di percepire la voce di una donna combattuta. Quest’ultimo invece è etereo, quasi impalpabile ma anche molto visibile. Una donna matura che fa i conti con sé stessa con le proprie immaginazioni. Il più bello: mi ha ricordato molto il suo incantevole libro di poesie “Bianco” che non tanto la sua narrativa. Sì, mi è entrato sottopelle: la violenza qui è controllata, è famigliare, non turba davvero, piuttosto insegna, fornisce materia prima da masticare come foglie di coca per combattere non la fatica ma il dolore che si trasforma finalmente in speranza. Ma non fidatevi di me. Leggetelo voi.

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C’è molto più di quello che dicono

«Eravamo tutti vivi» di Claudia Grendene

Prima di leggere questo romanzo ne ho sentito parlare da parecchie persone. Ho letto commenti. Ho intercettato intenti. Sono stata ad ascoltare la presentazione…
Perché dirlo? Perché tutto ciò che è stato evidenziato è risultato essere ciò che a me meno ha interessato. Tranne la costruzione a ritroso, sebbene io di grandi sogni e progetti mica ne ho trovati, anzi a tratti mi è parso persino che meglio di come sono diventati i personaggi del libro non potevano aspirare.

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In immersione con Primo Levi

Ringrazio la redazione del sito I libri degli altri (sebbene nel frattempo abbiano chiuso la rubrica) per aver pubblicato un mio articolo di “analisi” sull’uso dei tempi verbali che Primo Levi fa nel libro “Se questo è un uomo”. Siccome non si trova più sul sito citato, ripropongo il pdf della pubblicazione.

Inoltre ringrazio Demetrio Paolin, autore di “Conforme alla gloria” (Voland edizioni – romanzo selezionato tra i dodici libri fanalisti al Premio Strega 2016) e autore di diversi studi critici su Primo Levi, per essersi reso gentilmente disponibile a chiarirmi un dubbio.

Ma chi ha vinto alla fine?

«Fahrenheit 451» di Ray Bradbury

Bello. Poco ricordavo del film. Parlo del romanzo “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ne ho scritto in questa analisi, quindi qui evito di ripetermi, limitandomi a dire che ha smosso molti ragionamenti. Non sempre ho condiviso, ma rapportato agli anni in cui è stato pensato, ho trovato altrettante riflessioni interessanti. Cose che mi torneranno utili per il nuovo progetto. E che per questo stanno germogliando qua e là. C’è una sola cosa che mi ha disturbato. So che non serve sapere sempre tutto, ma la guerra… dico: chi erano questi che alla fine hanno vinto? E se fossero stati peggio di chi ha perso? Cioè capisco che in verità si tratti di una metafora estremizzata, ma per farla reggere mi sarebbe piaciuto averne un’idea, tipo l’alleanza del ritorno al consumo del cioccolato per aumentare la felicità…
Ora non ho spazio per aggiungere altre considerazioni, che ce ne sarebbero: basti l’associazione d’idee tra le città bruciate e quel che accade in Siria…
Intanto ringrazio chi me lo ha consigliato.

Vedi anche l’analisi del sistema di immagini: https://manuelamazzi.com/2019/01/27/la-forza-del-sistema-di-immagini

Al di là del contenuto, la forma

«Se questo è un uomo» di Primo Levi

Settimana scorsa ho finito di leggere «Se questo è un uomo» di Primo Levi. Ho letto un capitolo a settimana per un paio di mesi. A voce alta. Lasciando poi il tempo alle immagini di sedimentare e a me di vederle un po’ meglio, di sentirle. Alla fine di qualche capitolo ho preso degli appunti. Le prime immagini che mi sono rimaste fissate per diversi giorni nella mente sono arrivate subito dopo il primo capitolo: recandomi al lavoro in treno, ogni volta che salivo in carrozza mi apparivano in automatico i corpi di uomini, donne, bambini e anziani la cui sorte a un certo punto, all’epoca, fu affidata al caso, alla fortuna: chi scendeva da una parte era “salvo”, chi dall’altra era “bruciato”. Subito dopo venivo aggredita dal desiderio di un bombardamento come segno di giustizia su questi treni/campi… immaginazioni, insomma. 

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