Sette miliardi e un atollo

«La questione dei cavalli» di Arianna Ulian

Un giorno mi sono svegliata Momo. Per chi non lo sapesse ancora, Girolamo detto Momo, è il piccolo co-protagonista de «La questione dei cavalli» di Arianna Ulian, romanzo uscito da poco come prima opera della collana Fremen, diretta da Giulio Mozzi per l’editore Laurana di Milano. Arianna è un’amica. Sì. Meglio dirlo subito prima di ricevere qualche contestazione. A dirla per bene, spesso agli amici faccio il favore di non scrivere note ai loro libri che leggo. Ma quando mi capita di leggere libri di amici che tanto mi piacciono…

Dicevo, un giorno, dopo averlo letto, mi sono svegliata Momo. Stavo dalla parte di qua a guardare con un binocolo i cavalli morenti. Sette cavalli isolati su un isolotto, come i sette miliardi che siamo sulla terra. Si disfacevano per colpa di figuranti nei panni sbagliati, gente che invece di fare quello che dovevano fare si distraevano, voltavano le spalle all’isola, si ubriacavano tra loro, e intanto i cavalli deperivano, e io guardavo e pensavo che non avevo potere, che anche se avessi gridato, oh! Vecchi sanpietrini sbeccati!, mo svegliatevi però perché quei cavalli stanno morendo e voi scartabellate scartoffie e roba burocratica e il tempo passa, e per tutti gli zoccoli incrostati, quanto siete stupidi, ed è possibile che animali così potenti e perfetti e dignitosi debbano restare proprio per la loro potenza irruente, là a morire per colpa di chi ne ignora quasi l’esistenza? E pensavo a tutto questo, mentre mi sistemavo un cappellino, e mi struggevo.

Un giorno mi sono svegliata Momo e quel giorno ho capito quanto mi era rimasta dentro quella storia, descritta con una lingua così potente.

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Un coraggio d’altri tempi

«Le piccole virtù» di Natalia Ginzburg

Ho letto il libro «Le piccole virtù» di Natalia Ginzburg. La prima edizione risale al 1962, ma riporta testi apparsi su riviste italiane tra l’autunno 1944 e la primavera 1960 (secondo Wikipedia). Letta oggi, questa raccolta di undici racconti, mi «irrita», per cui a tratti ho faticato perché mi veniva voglia di chiuderlo e sbatterlo sul tavolo. Non per la scrittura. Certo che no. Ma per le considerazioni che vengono fatte. Sono prevalentemente testi autobiografici, o pezzi da opinionista, di costume, di società, di politica,… Ed è bene quindi che io li tratti da quel che sono e non come racconti o narrativa.

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«Frammenti di un discorso funebre»

«Il delirio del particolare» di Vitaliano Trevisan

Si intitola «Il delirio del particolare» (recitazione da camera / ein kammerspiel), ma poteva anche intitolarsi «Frammenti di un discorso funebre» che pure mi piace (da pag. 71): «Il frammento – / – che ci rimanda sempre a un tutto irrimediabilmente – / – perduto – / – defunto – / – irrecuperabile» – dice Bernardi, lo storico dell’architettura che visita, come fosse un’opera d’arte, la casa della protagonista, la vedova, un’anziana signora tornata dopo anni nella dimora coniugale abbandonata alla morte del marito.

Parlo dell’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, pubblicato da Oligo Editore. È una pièce teatrale. Ma anche un quadro. Un Tàpies (tanto per pescare termini trovati in queste pagine). Un pezzo di qualcosa che morendo si impregna di vita, o il contrario, che impregnandosi di vita, muore; fate voi.

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Amore e ghigliottina

«Notre-Dame de Paris» di Victor Hugo

Amo Hugo. Ho amato «I miserabili», e ho amato «L’ultimo giorno di un condannato a morte», che di fiabesco, l’ultimo non ha nulla, mentre ce n’è di più nei miserabili. E ora ho apprezzato anche la lettura di «Notre-Dame de Paris». E anche in questo romanzo torna prepotente e presente il tema della condanna a morte. In tutti e tre i testi. Gira e rigira, cambiano totalmente le storie, ma Hugo parla “sempre” (almeno in questi che ho letto) di Parigi e della ghigliottina, del patibolo, della pena capitale, della condanna che avviene sia da parte del popolo sia da un’autorità indegna, della tortura per incentivare le confessioni, e di ingiustizie varie. E in due casi, ha inserito questo male in un contesto di amore quasi fiabesco. Sofferto, sempre, ma allo stesso tempo «puro». E, niente, sento stima. Per la perseveranza nel piegare la sua scrittura che diventa ogni volta un manifesto contro la pena di morte.

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Un libro sulla solitudine

«Giuda» di Amos Oz

Dovrebbe essere un libro sul tradimento, dato il titolo: «Giuda». Parlo del romanzo di Amos Oz, uscito nel 2014 per Feltrinelli. Ma a me è parso piuttosto un libro sulla solitudine. Anzi, di più: sull’abbandono, e pure peggio: è un libro sull’esclusione. Dove tutti i personaggi sembrano dei superstiti, che sia un popolo intero, o un vecchio di cui non curarsi più. Che siano in fuga, o rinchiusi in quattro mura. Giuda compreso. È un libro che incuriosisce, fa riflettere, e produce piccole scosse di dissesto, lasciando al lettore il compito di ricomporre i pensieri alla fine e anche dopo, e chissà per quanto. Un romanzo, in somma, che fa il suo dovere e lo fa per la narrazione, per gli stimoli e anche per lo stile asciutto, che si fa leggere senza intoppi. Liscio ma non banale, tanto che mantiene una gran bella tensione narrativa per tutta la lettura.

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