Quando la finzione genera domande reali

«Fiction 2.0» di Giulio Mozzi

Ho letto Fiction 2.0 di Giulio Mozzi (Laurana editore, 2017). Ci sono libri di cui si può condividere il pensiero che scaturisce dalla lettura, racconto dopo racconto. Questo non è uno di quei libri. Perché l’autore – nel mio caso – ha dimostrato molto più coraggio di quanto possa dimostrarne io come lettrice.
Quel che è certo è che la lettura di questo libro ha generato in me diverse domande. E già solo per questo è valso il piacere di leggerlo. È di certo un bel libro.

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Un… vaso di Pandora

«Chiedi alla luce» di Tullio Avoledo

Temo che questa nota contenga dello spoiler. Chiedo scusa, ma non posso farne a meno e in ogni caso credo che apprendere anticipatamente quanto sto per scrivere non solo non toglierà gusto alla lettura, ma anzi potrebbe forse fornire una chiave interpretativa diversa per godersela al meglio (forse, dato che conoscenti mi dicono di aver avuto difficoltà nel proseguire la lettura a causa dell’originale struttura del romanzo).

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Un romanzo bastardo

«L’antagonista» di Edoardo Zambelli

“Hai mai visto quella foto?”
“Sì”.
“Com’era?”
“Potente… Orribile…”

Questo è anche quello che ho pensato io man mano che avanzavo nella lettura…

Quindi? “Bello” o “brutto”? Indubbiamente un gran bel libro che però non rileggerò. Esattamente come mi capita con certi dipinti di cui posso riconoscere e persino subire la bellezza emozionale, ma che non appenderei mai sulla parete del mio salotto. Sto parlando del romanzo “L’antagonista” di Edoardo Zambelli (Laurana editore, 2016) da cui ho estratto il breve dialogo inserito in apertura di questo post. 

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A volte bisognerebbe cambiare il proprio punto di vista

«L’ultimo giorno di un condannato a morte» di Victor Hugo

«”Noleggiavano tavoli, sedie, impalcature, carrette. Tutto rigurgitava di spettatori. Dei venditori di sangue umano gridavano a squarciagola. 
“Chi vuole dei posti?”
La rabbia contro la folla m’è salita dentro. Avrei voluto gridare:
“Chi vuole il mio?”»

Quanto si può dire in poco meno di un centinaio di pagine sulla morte? E sullo spettacolo della morte? E sull’attesa della morte? E sull’attesa e basta? Il tempo di vivere e quanto esso ci sia caro, attraverso gli occhi di Hugo, acquista ancora più vigore. Allo stesso modo, seppure si tratti di uno scritto di quasi duecento anni or sono, la lettura de “L’ultimo giorno di un condannato a morte” mantiene tutt’oggi il suo valore sociale, laddove denuncia la paura che incute lo spettro della morte e la superficialità del mondo spettatore, sproposito umano più che mai d’attualità: basterebbe sostituire le decapitazioni con le scene di quotidiana guerra trasmesse in tv, e al posto della gente che scende in Piazza a Parigi per festeggiare lo spettacolo della ghigliottina, inserirvi l’indifferenza di chi – non coinvolto direttamente – osserva passivamente gli schermi piatti, grondanti di sangue e scheggiati da esplosivi.

Vedi anche la nota su: I MISERABILI