Un racconto a tratti ironico, a tratti malinconico

«L’ombra di quel che eravamo» di Luis Sepúlveda

Lo lessi, tempo fa. Tre libri, i due più noti e poi un terzo, per adulti (diciamo così), e mi era piaciuto: «L’ombra di quel che eravamo». Così ne scrissi all’epoca, era il 2010:

Luis Sepúlveda è riuscito a farmi leggere a cuor leggero, e con la mente aperta, una storia immersa in un contesto storico dai ricordi dolorosi, dove le cicatrici, anche se in parte rimarginate, non riescono a guarire del tutto. Una vicenda leggera, un po’ spruzzata di giallo, dal sapore a tratti ironico, a tratti malinconico, ma allo stesso tempo anche colma di amore e di speranza. Amore per la vita, passata e presente, ma soprattutto speranza per quella futura. Un libro in cui si vuol far vincere la giustizia sopra ogni sconfitta, grazie al tempo, grazie a un destino… anche in questo caso, paradossalmente ironico seppur tragico. Quasi a voler dire, ma senza la medesima retorica, che: «Ognuno, alla fine, raccoglie quel che ha seminato» e che «Tutto passa!».

LA TRAMA
Quattro anziani si ritrovano con il desiderio di far rivivere la loro giovinezza mettendo a segno l’ultimo colpo, dopo anni di vita da pensionati. A trascinarli un vecchio anarchico chiamato L’ombra.

Lo ricordo ancora quel libro lì. Resta sebbene il Coronavirus se lo sia portato via. Adiós!

Il Marco Polo interiore che c’è in noi?

«Le città invisibili» di Italo Calvino

Ho finito di leggere “Le città invisibili” di Italo Calvino e non mi sento di dire molto.
Ho avuto l’impressione che ci siano da capire cose che non capisco. Capisco che un certo Marco Polo racconta le città che ha visitato, ma capisco anche che questo Marco Polo è forse lo stesso Calvino che si è fatto navigatore dei suoi luoghi, immaginari o, come dice lui in un’intervista, interiori. Ma è davvero solo questo?

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L'assenza di ribellione

«Cella» di Gilda Policastro

L’assenza di ribellione. Cioè: se cella c’è, e se essa contiene una forma vivente, questo essere non appare in cattività, vale a dire non è per nulla un animale che cammina avanti e indietro per liberarsi, nervoso, pronto a graffiare, no, è un animale che ci sta bene là dentro, che sembra essere la casa che gli serve, che se gli crei un varco tra le sbarre, quello lo richiude a calci piuttosto che scappare. Ho finito di leggere «Cella» il romanzo di Gilda Policastro (Marsilio). E ci ho trovata una voce autentica.

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Questione di tono, più che di tema

«L’amore molesto» di Elena Ferrante

Cercherò di non lasciarmi influenzare troppo dal mio gusto personale. Ho finito di leggere “L’amore molesto” di Elena Ferrante. Un libro scritto da qualcuno che sa controllare bene la scrittura. Donnesco, come romanzo (imparando da un’espressione di Trevisan). Forse non per una questione di tema, questa volta, ma di tono. E volto pagina.

LA TRAMA
Alla protagonista muore la madre che viene ritrovata annegata in mare, circostanza che fa subito pensare al suicidio. La figlia vuole però vederci chiaro. Parte dunque per un viaggio a ritroso, verso casa, verso i ricordi che man mano riemergono. E in quel tornare a galla, come il corpo della madre che riaffiora dopo l’annegamento, mostrano indizi di un disagio dilagante, di un padre violento, di forme di protezioni sbagliate, di temi ricorrenti in tutte le famiglie, più o meno, di gelosie e di richieste di attenzioni, di incontri e rincorse, di sensi di colpa e desideri. Come va a finire non lo dico, anche se per l’intero libro si intuisce non tanto il come ma il cosa è capitato davvero.

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Un’identità. Una vita divisa in più vite.

«Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello

È fantastico. Contiene un mondo. Parlo del noto fu Mattia Pascal, che arrivo a leggere tardi alla maniera mia. E pensare che Luigi Pirandello ha un modo di scrivere che mi piace tanto, pari – non mi stancherò di ripeterlo – a quello di Friedrich Dürrenmatt, che per me sembrano dello stesso stampo.

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