Ho finito di leggere “Le città invisibili” di Italo Calvino e non mi sento di dire molto. Ho avuto l’impressione che ci siano da capire cose che non capisco. Capisco che un certo Marco Polo racconta le città che ha visitato, ma capisco anche che questo Marco Polo è forse lo stesso Calvino che si è fatto navigatore dei suoi luoghi, immaginari o, come dice lui in un’intervista, interiori. Ma è davvero solo questo?
L’assenza di ribellione. Cioè: se cella c’è, e se essa contiene una forma vivente, questo essere non appare in cattività, vale a dire non è per nulla un animale che cammina avanti e indietro per liberarsi, nervoso, pronto a graffiare, no, è un animale che ci sta bene là dentro, che sembra essere la casa che gli serve, che se gli crei un varco tra le sbarre, quello lo richiude a calci piuttosto che scappare. Ho finito di leggere «Cella» il romanzo di Gilda Policastro (Marsilio). E ci ho trovata una voce autentica.
Cercherò di non lasciarmi influenzare troppo dal mio gusto personale. Ho finito di leggere “L’amore molesto” di Elena Ferrante. Un libro scritto da qualcuno che sa controllare bene la scrittura. Donnesco, come romanzo (imparando da un’espressione di Trevisan). Forse non per una questione di tema, questa volta, ma di tono. E volto pagina.
LA TRAMA Alla protagonista muore la madre che viene ritrovata annegata in mare, circostanza che fa subito pensare al suicidio. La figlia vuole però vederci chiaro. Parte dunque per un viaggio a ritroso, verso casa, verso i ricordi che man mano riemergono. E in quel tornare a galla, come il corpo della madre che riaffiora dopo l’annegamento, mostrano indizi di un disagio dilagante, di un padre violento, di forme di protezioni sbagliate, di temi ricorrenti in tutte le famiglie, più o meno, di gelosie e di richieste di attenzioni, di incontri e rincorse, di sensi di colpa e desideri. Come va a finire non lo dico, anche se per l’intero libro si intuisce non tanto il come ma il cosa è capitato davvero.
È fantastico. Contiene un mondo. Parlo del noto fu Mattia Pascal, che arrivo a leggere tardi alla maniera mia. E pensare che Luigi Pirandello ha un modo di scrivere che mi piace tanto, pari – non mi stancherò di ripeterlo – a quello di Friedrich Dürrenmatt, che per me sembrano dello stesso stampo.
Bon!, ho finito la Genesi, che m’è parsa tutto un fornicare, far figli, menarsi, figlie con padri, fratelli con sorelle, padroni con serve, schiave consegnate per far sesso e poi maltrattate, tradimenti, smarrimenti, incasinamenti, angeli, distruzioni, nomi e anni, un sacco di nomi e un sacco di anni. E fanciulli abbandonati, e pupi scacciati, e mamme casuali, e padri di tutti, eh, ci credo, fan figli pure senza rendersene conto. Un casino! Allo stesso tempo ci ho ritrovato un sacco di cose sentite mille volte, anche se qui hanno preso un posto preciso in un arco narrativo. Tipo la colomba della pace… che ancora non ho ben capito in che senso c’entra la pace. Mica lo sapevo che era stata mandata tre volte a cercare terra da Noè mentre si trovava sull’arca, per vedere se trovava terre emerse: la prima volta tornò senza nulla, per cui non aveva trovato terra, la seconda volta tornò con un ramo d’ulivo per cui era segno che aveva trovato terra, e la terza volta non tornò. Cioè… mi è piaciuto. 😊 Come una bambina che capisce finalmente una fiaba.